Tentativo di truffa attraverso false mail dell’Agenzia delle Entrate.

Nell’ultimo periodo, molte persone hanno ricevuto una mail sulla loro  posta elettronica che sembra provenire dall’Agenzia delle Entrate. Un testo che minaccia ripercussioni legali e annuncia controlli su presunte incongruità nelle dichiarazioni dei redditi, ma che non è vero. In effetti, è l’ultima scoperta sulle truffe di posta elettronica. La stessa Agenzia delle Entrate segnala la nuova truffa della posta elettronica, che sul proprio sito mette in guardia da una vera campagna di phishing che è stata messa in atto nell’ ultimo mese. L’Agenzia delle Entrate afferma di essere “totalmente estranea” a queste false e-mail e invita i cittadini a essere attenti e a denunciare queste truffe. Queste e-mail hanno lo scopo di attirare l’attenzione della vittima cercando un contatto a differenza di altri tipi di truffe del genere e non c’è una richiesta di pagamento. Quando la vittima cade nella trappola e risponde, la vera truffa inizia.

In genere, l’oggetto della corrispondenza è “Accertamento tributario” o “Controllo”. Nel testo è implicito che è in corso un accertamento fiscale tributario in merito a presunti errori nelle dichiarazioni dei redditi dell’ignara vittima. E se non risponde al messaggio, si minacciano gravi conseguenze legali, che potrebbero includere l’intervento della guardia di finanza e della procura, fino all’arresto. I truffatori utilizzano la paura e il senso di urgenza che queste minacce trasmettono per indurre qualcuno a cadere nella trappola e fornire successivamente dati sensibili. Come accorgersi della truffa? In primo luogo, il testo è pieno di errori di punteggiatura e grammatica che non sono normalmente presenti in comunicazioni ufficiali di enti pubblici. Una delle cose principali da verificare per riconoscere una truffa è l’indirizzo da cui proviene la posta elettronica: Sebbene non abbia alcun carattere istituzionale, sembra provenire dall’Agenzia delle Entrate ma se si osserva attentamente si individueranno link, loghi e nomi che non hanno nulla a vedere con l’A.d.e.

Direttore Umberto Buzzoni
Avv. Anna Maria Calvano

Quando scatta la prescrizione per un debito verso l’agenzia delle entrate?

Innanzitutto bisogna precisare come sia  necessario che i controlli dell’Agenzia delle Entrate siano condotti entro termini di decadenza chiari, altrimenti ogni atto di accertamento e richiesta di pagamento sarà nullo. In particolare, il termine per l’accertamento è di sette anni se l’Agenzia delle Entrate contesta l’omissione della dichiarazione dei redditi del contribuente. È valido dal 31 dicembre dell’anno successivo a quello in cui è stata presentata questa dichiarazione; Il termine di cinque anni è concesso per l’accertamento se un contribuente presenta una dichiarazione dei redditi che presenta errori, come mancate dichiarazioni o costi gonfiati. È valido dal 31 dicembre dell’anno in cui è stata inviata questa dichiarazione. La prescrizione è un termine diverso dalla decadenza. E’ i termine entro cui il governo può riscuotere il pagamento dei crediti . Questo termine cambia in base al tipo di imposta. In particolare, le tasse e le imposte hanno tre termini distinti di prescrizione:
10 anni per le imposte allo Stato; 5 anni per le imposte agli enti locali;
3 anni: il bollo dell’auto.
l bollo auto per le regioni del Friuli Venezia Giulia e della Sardegna è escluso. Quest’ultimo, a differenza degli altri casi, è gestito dalle Regioni. La sua prescrizione è di tre anni, iniziando l’anno successivo al versamento del bollo.

Ecco l’elenco delle imposte che si prescrivono in dieci anni:

  • Irpef;
  • Iva;
  • imposta sulle successioni;
  • Irap;
  • Ires;
  • imposta catastale;
  • canone Rai
  • imposta di bollo;
  • imposta ipotecaria;
  • imposta di registro;
  • imposta sulle donazioni;
  • contributi dovuti alla Camera di Commercio;

Ecco invece l’elenco delle imposte che si prescrivono in cinque anni:

  • Imu;
  • contributi Inps;
  • interessi sui debiti fiscali;
  • Tari;
  • Tosap;
  • addizionali Irpef;
  • imposta di soggiorno;
  • sanzioni tributarie, ossia sui debiti fiscali;
  • sanzioni amministrative come le multe stradali;
  • contributi Inail.

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Avv. Anna Maria Calvano

Cosa succede se più agenti immobiliari concludono lo stesso affare?

L’articolo 1758 del Codice Civile, in modo molto semplice, stabilisce che se più mediatori intervengono in un affare, ciascuno di loro ha diritto ad una parte della provvigione. Innanzitutto, è necessario assicurarsi che il diritto alla provvigione sia legittimo ossia che le parti abbiano concluso un contratto con l’intervento degli agenti immobiliari che consente a ciascuna di esse di agire per l’esecuzione dell’accordo o il risarcimento del danno in caso di inadempimento dell’altra parte. È il caso della firma del contratto preliminare. Nel caso di semplici prese di contatto o agevolazioni dei contatti tra le parti, il diritto alla provvigione è escluso dalla giurisprudenza attuale. Come detto quando più mediatori sono coinvolti in un affare, ognuno di loro ha diritto a partecipare alla divisione della provvigione. Secondo la giurisprudenza, questa quota deve essere correlata all’attività svolta e alla sua importanza. Inoltre, il diritto alla divisione della provvigione sorge solo quando tutti i mediatori collaborano in modo reciprocamente vantaggioso l’uno dell’altro per concludere l’affare. Deve esserci un nesso di obiettivo tra il loro reciproco apporto e la conclusione dell’affare. Inoltre, la giurisprudenza ha stabilito che il primo mediatore abbia comunque diritto alla provvigione pro quota anche nel caso in cui il suo incarico sia stato revocato implicitamente o esplicitamente in favore di un nuovo professionista. Ciò vale anche nel caso in cui il secondo mediatore abbia riallacciato le trattative iniziate dal precedente mediatore e abbia poi concluso l’affare. Non è sufficiente che il primo mediatore abbia semplicemente collegato le parti. Devono essere coinvolte le le stesse parti e  lo stesso immobile. I mediatori devono essere consapevoli dell’esistenza e delle responsabilità l’uno dell’altro.

Direttore Umberto Buzzoni
Avv. Anna Maria Calvano

Disdire una visita medica attraverso la Pec.

Dal 2014, è obbligatorio disdire una visita medica prenotata nel settore pubblico. Nonostante ciò, molte persone sono ancora in pericolo di essere sanzionate perché non conoscono o ignorano questa regola. È fondamentale avvisare prontamente e utilizzare gli strumenti giusti per evitare queste sfide. La PEC è un modo efficace e utile per disdire una visita medica senza perdere tempo andando personalmente negli uffici pubblici come quelli di una ASL (Azienda Sanitaria Locale). Inoltre, la posta certificata può essere un utile mezzo per evitare le sanzioni delle ASL in caso di disdetta tardiva. Tuttavia, una PEC deve essere scritta correttamente, includendo i dati anagrafici del paziente e altre informazioni vitali per farla funzionare bene. La comunicazione solitamente deve essere inviata almeno due giorni prima della visita e può essere effettuata tramite posta elettronica certificata (PEC) o telefonata. Se il cittadino non rispetta queste regole e non invia la disdetta entro i termini richiesti, riceverà una lettera dalla ASL che lo informa che sarà sanzionato, anche se è esente per età, patologia o altri fattori.

Quando si tratta di disdire un appuntamento medico presso un’ASL, la Posta Elettronica Certificata (PEC) ha diversi vantaggi. In primo luogo, la PEC ha lo stesso valore legale di una raccomandata con ricevuta di ritorno; tuttavia, a differenza della comunicazione cartacea, può essere inviata immediatamente senza attendere i lunghi tempi di attesa dei servizi postali e senza attenersi agli orari di apertura e chiusura degli uffici pubblici. Una PEC garantisce quindi la ricezione ed è conforme alle leggi locali. Tutti gli uffici pubblici ora accettano la posta certificata come tipo di comunicazione.  Alcuni consigli. L’oggetto della pec dovrebbe contenere la dicitura “Disdetta visita medica”, la tipologia della visita, il nome e il cognome del paziente e la data. Chiarire subito il motivo della visita e indicare il tipo di visita, la data e il numero dell’impegnativa del medico indicato al momento della prenotazione. Si può spiegare la disdetta indicando un problema di salute o un problema di famiglia.

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Avv. Anna Maria Calvano

Codici QR sempre più presenti sui prodotti.

Non tutti hanno ancora notato il significativo cambiamento nell’assortimento di alcuni articoli del supermercato: il proliferare dei codici QR. Questi minuscoli quadrati bianchi e neri non sono solo elementi di design; ora sono il principale mezzo attraverso cui i clienti possono ottenere diverse informazioni sui prodotti che stanno per acquistare. Ma quali sono i vantaggi dei codici QR e di come cambiano l’esperienza d’acquisto dei consumatori. Sebbene siano simili ai codici a barre convenzionali, i codici QR possono contenere molti più dati, come testi, link a siti Web e numeri di telefono. Per utilizzare un codice QR, la maggior parte dei cellulari aprirà l’applicazione fotocamera e punterà sul codice. Il codice sarà riletto automaticamente dalla fotocamera e mostrerà un link che può essere aperto. Alternativamente, è possibile utilizzare un’applicazione specifica per la scansione dei codici QR, che può essere utilizzata su tutti i dispositivi mobili ed è gratuita. Un grande vantaggio dei codici QR sui prodotti del supermercato è l’accesso rapido e semplice a una vasta gamma di dati.

I consumatori possono accedere immediatamente a informazioni importanti come la lista degli ingredienti, le controindicazioni e le informazioni nutrizionali. Questo consente ai clienti di fare scelte più informate e consapevoli quando si tratta di acquistare beni. I consumatori possono vedere meglio cosa stanno acquistando con i codici QR. Infatti, ci consentono di conoscere meglio l’origine degli ingredienti, il processo di produzione e i processi aziendali. Questo rafforza la fiducia dei clienti nel marchio e li aiuta a fare scelte che sono in linea con le loro convinzioni e gusti personali. I consumatori risparmiano anche tempo e sforzo quando cercano dettagli sui prodotti con l’accesso immediato alle informazioni tramite codici QR. Non è più necessario cercare informazioni specifiche su Internet o leggere attentamente le etichette dei prodotti. Una semplice scansione del codice darà tutte le informazioni di cui si ha bisogno. Infine, i clienti possono personalizzare l’esperienza d’acquisto utilizzando i codici QR. Ad esempio, possono accedere alle ricette del prodotto che hanno acquistato, ottenere suggerimenti su come utilizzarlo al meglio o trovare prodotti simili o da poter abbinare. I clienti hanno sicuramente un’esperienza d’acquisto migliore.

Direttore Umberto Buzzoni
Avv. Anna Maria Calvano

Arriva la”Super App” di Poste Italiane.

Una nuova applicazione è in arrivo da Poste Italiane. Si tratta, come ha affermato Matteo Del Fante, il CEO di Poste Italiane, durante la presentazione del Piano strategico quinquennale 2024-2028 del gruppo, di  una “super app”. La nuova applicazione straordinaria di Poste avrà almeno due  obiettivi: unificare le app Poste già esistenti e  trasformarle in una wallet IT privata. Il primo obiettivo della “super app” di Poste Italiane sarà quello di rivedere l’attuale offerta di applicazioni. Al momento, l’azienda, che è partecipata del Ministero dell’Economia e delle Finanze e della Cassa Depositi e Prestiti, ha tre app: Poste Italiane , BancoPosta e Postepay. La prima app gestisce i vari pacchi e la posta inviati e ricevuti. La seconda applicazione consente di effettuare operazioni e gestire il proprio conto BancoPosta. La terza serve ad amministrare la carta Postepay. Ora Poste Italiane ritiene più logico unire tutte le sue app e fornire tutti i suoi servizi a tutti i suoi clienti attraverso un’unica app. Nel presentare l’app, il CEO Del Fante ha ripetuto più volte che utilizzerà l’intelligenza artificiale per determinare le funzioni più utilizzate dagli utenti e riorganizzare l’interfaccia in base a queste informazioni. In pratica, ogni utente della super app Poste avrà un’app distinta.

Poiché l’utenza di Poste è principalmente italiana e non europea, l’app non dovrà essere sottoposta ai nuovi dettami dei regolamenti DMA e DSA, che ultimamente stanno causando gravi problemi alle “grandi piattaforme online” con clienti in tutta Europa. La nuovissima app di Poste Italiane sarà una delle prime app di wallet private che utilizzerà il sistema IT Wallet quest’ultimo basato sul EUDI Wallet, che è un sistema europeo. Ciò significa che l’applicazione potrebbe gestire sia la carta Postepay che biglietti e prenotazioni, nonché altre carte di pagamento emesse da altre banche. Del Fante parla della già esistente “app Poste Italiane” che verrà gradualmente migliorata con funzioni da altre app. Di conseguenza non ci sarà un immediato debutto. Tuttavia, ci sarà probabilmente un periodo di transizione tra le nuove e le vecchie app.

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Fatturazione a 28 giorni: come richiede il rimborso da Tim.

Dal 2017, Tim e alcune delle maggiori aziende telefoniche italiane hanno cambiato le loro modalità di fatturazione, passando da tariffe mensili a bollette ogni 28 giorni. In questo modo, i gestori telefonici sono stati in grado di guadagnare da due a tre giorni al mese agli utenti, portando così a un aumento delle mensilità da dodici a tredici. A seguito di numerosi reclami da parte delle associazioni di consumatori e dell’intervento dell’Antitrust, l’Agcom ha obbligato Tim e altre compagnie telefoniche, con delibera n. 269/18/CONS a eliminare questa modalità di fatturazione, tornare alla fatturazione mensile e rimborsare automaticamente le somme in eccesso per gli utenti nel periodo in cui è stata applicata la fatturazione illegittima. Ci si troverà in una varietà di situazioni a seconda della posizione debitoria residua della società. Nel caso in cui non ci siano morosità o il debito residuo sia inferiore al rimborso, c’è la possibilità di ottenere un accredito sul proprio conto o su un altro contratto attivo con TIM. Finora, solo l’8% dei clienti coinvolti è stato rimborsato da questa società, escludendo i oltre 5 milioni di clienti che avevano utilizzato il diritto di recesso. Tuttavia, una recente sentenza della Corte di Cassazione ha messo fine alla questione, dando torto a Tim e obbligandola anche a rimborsi i clienti che avevano utilizzato il loro diritto di recesso e che avevano cambiato compagnia. Per rimborsare 5.425.978 utenti, che rappresentano circa il 58% dei clienti coinvolti, Tim dovrà quindi sborsare più di 160 milioni di euro. Se non sii riceve un rimborso da da Tim, si dovrà richiederlo da solo.

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