Telecamere finte in condominio: i rischi che molti sottovalutano

L’idea di installare telecamere finte nei condomini viene spesso presentata come una soluzione semplice ed economica per aumentare la percezione di sicurezza. In molte assemblee condominiali si ritiene che la sola presenza di dispositivi apparentemente funzionanti, accompagnati dal classico cartello che segnala la videosorveglianza, possa essere sufficiente a scoraggiare intrusioni e atti vandalici, evitando i costi di un vero impianto. Dal punto di vista normativo, non esiste una disposizione che vieti espressamente l’utilizzo di telecamere prive di qualsiasi funzionalità o l’affissione di cartelli che ne annuncino la presenza quando, in realtà, nessuna immagine viene registrata. Proprio questa assenza di un divieto specifico induce molti a ritenere che la scelta sia del tutto innocua. La questione, tuttavia, non può essere ridotta alla sola mancanza di una norma proibitiva. Il Garante per la protezione dei dati personali ha più volte richiamato l’attenzione sulla necessità di rispettare i principi di correttezza, trasparenza e buona fede, evidenziando che il problema non riguarda tanto il trattamento dei dati personali – inesistente in assenza di riprese – quanto gli effetti che una comunicazione non veritiera può produrre sulle persone. Già nel 2004 l’Autorità aveva osservato che la simulazione di un sistema di videosorveglianza è inidonea a modificare il comportamento di chi frequenta gli spazi comuni. La convinzione di essere protetti da un impianto di controllo può infatti indurre i condomini e i visitatori ad abbassare il livello di attenzione, confidando in una tutela che, nei fatti, non esiste. Piccoli gesti quotidiani, come lasciare il portone aperto per qualche istante o sentirsi più sicuri nel rientrare a casa nelle ore serali, possono derivare proprio da questa falsa percezione. Le possibili conseguenze non sono soltanto teoriche. Se dovesse verificarsi un episodio criminoso, chi ha fatto affidamento sull’apparente presenza della videosorveglianza potrebbe sostenere di essere stato indotto a confidare in un sistema di sicurezza inesistente. In un simile scenario, il condominio potrebbe essere chiamato a rispondere delle conseguenze derivanti da una rappresentazione della realtà non corrispondente ai fatti, con il rischio di dover affrontare richieste di risarcimento dei danni. Questa versione è completamente riorganizzata, con un’impostazione più giornalistica e originale, evitando una parafrasi troppo vicina al testo di partenza.

Anche una telecamera non funzionante può rendere necessario fornire un’informativa privacy: se si dichiara che il sistema è fittizio, l’effetto deterrente viene meno; se invece la circostanza viene omessa, si rischia di violare i principi di correttezza e trasparenza. Per questo motivo è preferibile orientarsi verso un impianto di videosorveglianza reale, anche essenziale e limitato ai principali accessi, accompagnato dalla prevista segnaletica. Una soluzione trasparente riduce i rischi di contestazioni e tutela sia il condominio sia l’amministratore.

Avv. Anna Maria Calvano

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