Sanità
Sanità, allarme caro ticket. Cittadinanzattiva: si rischia crollo SSN
“Nel luglio 2011, con la campagna Sos Ticket, avevamo denunciato il rischio che l’introduzione dei superticket avrebbe danneggiato i diritti dei cittadini e il Servizio Sanitario Nazionale. I dati diffusi da Agenas confermano quei nostri timori, rendendoli evidenti con la forza dei numeri. Non possiamo che condividere l’allarme lanciato dal Presidente di Agenas Bissoni”. Questo il commento di Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, sui dati diffusi ieri dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari secondo cui se il 1 gennaio 2014 entrano in vigore i 2 miliardi di nuovi ticket, da aggiungere agli attuali 2,2, si rischia per visite ed esami un ‘salasso’ di 350 euro a testa, contro gli attuali 150. L’Agenas non esita a lanciare un vero e proprio allarme sociale: si tratta, infatti, di “impatto che il sistema non sarebbe in grado di leggere, se non si amplia la platea dei paganti, visto che gli italiani non esenti sono circa il 25%”.
Secondo Cittadinanzattiva “è urgente l’apertura da parte del Ministro della Salute, non solo ad un confronto con le Regioni, ma anche con i cittadini e le organizzazioni civiche, a meno che l’intenzione non sia quella di voler mettere la parola fine al nostro modello di SSN, improntato all’universalismo e accessibilità. Quanto peseranno sul nostro servizio sanitario in futuro le rinunce a curarsi che i cittadini fanno oggi?”
“Il paventato nuovo aumento dei ticket dal 2014 andrebbe ad aggiungersi ad ulteriori sacrifici che saranno richiesti ancora una volta ai cittadini onesti su altri fronti, come Tares, IMU, compartecipazione alle spese per l’istruzione”, ha aggiunto ancora Gaudioso. “Un salasso che come dimostrano anche i dati di oggi, porterà gli italiani a curarsi meno e ad incidere in futuro di più sulle casse dello Stato. E’ arrivato il momento di smetterla di ricorrere sempre alle tasche dei cittadini, o a politiche di riduzioni lineari del finanziamento alle politiche sociali e sanitarie, mettendo in campo una seria politica di lotta agli sprechi e alle tante caste che nel nostro Paese in questa crisi gravissima non solo continuano a vivere, ma prosperano allegramente.
“E’ necessario recuperare la cultura della programmazione, in particolar modo nel settore socio-sanitario”, ha concluso Gaudioso, “I cittadini stanno pagando da anni un welfare che abbiamo definito insostenibilimente leggero, come testimonia la spesa di circa 14000 euro medi annui a cui devono far fronte le famiglie con persone affette da una patologia cronica o rara”.
Ticket sanitari: boom di esenzioni per il reddito
La crisi taglia il reddito delle famiglie italiane e svuota le casse del sistema sanitario nazionale: dal 2011 al 2012 le prescrizioni di ricette esenti dal ticket per motivi di reddito sono passate da poco più di 64 milioni a quasi 67 milioni: 2,7 milioni in più. E’ la fotografia che emerge dai dati del ministero della Salute, anticipati da Adnkronos Salute, sul flusso delle ricette di specialistica ambulatoriale nel 2012.
Lo scorso anno, in Italia, il 70% delle ricette per esami, visite specialistiche, analisi di laboratorio, lastre, risonanze, ecografie e altre prestazioni di diagnostica strumentale è stato esente dal ticket: 145 milioni su 207 milioni. Una percentuale che in alcune regioni raggiunge vette da record: 86% in Campania, 84% in Calabria, 82% in Puglia, 80% in Sicilia. In Trentino Alto Adige, invece, la percentuale delle ricette sulle quali non si paga il ticket è del 53% (987 mila su 1,8 mln).
Ancora più evidente lo scarto per motivi di reddito: 67 milioni su 145 milioni. Ad esempio in Campania su 11 milioni di ricette con esenzione ben 6,2 milioni lo sono per motivi di reddito. Più o meno lo stesso in Sicilia: su poco meno di 11 milioni di ricette sulle quali non si paga ticket oltre 6 milioni sono esenti per reddito. E ancora. Nel Lazio su 14,7 milioni di prescrizioni con esenzione, 6,6 milioni lo sono per reddito; in Calabria 2,5 milioni su 4,3 milioni. A chiedere l’esenzione per motivi economici non sono però solo i cittadini del Sud. Al Nord, anche se con percentuali un poco più basse, sono tante le ricette esenti dal ticket per reddito. Ad esempio in Veneto su 10,6 milioni di prescrizioni con esenzione 4,5 milioni lo sono per reddito. Più o meno la stessa proporzione si registra in Emilia Romagna (4,4 milioni su 10,9 milioni), Lombardia (11,6 milioni su 25,1 milioni), Liguria (1,7 milioni su 3,3 milioni).
Dal 1 luglio 2011 al 30 giugno 2012 nelle 11 Regioni che hanno reso disponibili i dati (pari a 46,5 milioni di abitanti) per le prestazioni specialistiche sono stati riscossi 1,7 miliardi di euro di compartecipazione, sommando sia i ticket che il cosiddetto super-ticket da 10 euro su visite specialistiche e analisi mediche. Ciò significa che per ogni abitante in media sono stati incassati 37 euro, cosa che porterebbe a una stima nazionale di 2,2 miliardi di euro. Secondo l’analisi, l’impatto del ticket sui cittadini che lo pagano è però ben più pesante.
“Utilizzando i dati disponibili – spiegano gli esperti nel documento – si può ritenere che gli utenti di prestazioni specialistiche si aggirino sul 50% degli abitanti e che probabilmente di questi solo metà sono i non esenti. Se queste stime fossero corrette allora i soggetti che hanno pagato i ticket della specialistica sarebbero il 25% della popolazione, cioè 15 milioni, a testa mediamente avrebbero versato circa 150 euro”.
Dentisti, Altroconsumo: Bologna la più cara, italiani limitano visite
Andare dal dentista costa caro e con la crisi il peso economico delle cure dentali diventa insostenibile. E tra una città e l’altra ci sono grosse differenze di costi: una pulizia dei denti a Milano e Bologna costa in media 95 euro, mentre a Napoli 75. Presso le catene di dentisti in franchising i costi scendono fino a 42 euro. E’ quanto emerge da un’indagine condotta da Altroconsumo su 145 studi dentistici di 6 città (Milano, Roma, Torino, Napoli, Bologna, Bari).
Nel 2011 solo il 51% degli italiani ha fatto una visita di controllo in un anno e solo il 36% ha fatto una pulizia dei denti almeno una volta. La causa principale è il costo elevato, e la situazione peggiore sempre di più. Se nel 2011 il 38% degli italiani ha limitato le visite per ragioni economiche, oggi la percentuale aumenta. L’assenza della copertura omogenea su tutto il territorio e per tutte le fasce d’età da parte della sanità pubblica porta la gran parte degli italiani a stare lontano dagli studi specialistici.
L’Associazione dei consumatori ha verificato il prezzo al pubblico di un pacchetto di 7 prestazioni odontoiatriche frequenti e comuni (prima visita, pulizia dei denti, otturazione, devitalizzazione, corona, ponte e impianto) nel dicembre scorso. Coinvolti sia studi tradizionali che altri due modelli diversi di dentista: cliniche universitarie e catene in franchising – i dentisti low-cost.
Le ampie forchette di prezzo anche nella stessa città dimostrano che vale la pena chiedere più preventivi, poiché la maggior parte dei dentisti non fa pagare la prima visita. Il modo migliore per risparmiare è comunque fare visite di controllo in modo da evitare di doversi sottoporre a lavori più complessi, invasivi e costosi.
Ecco alcuni dei risultati dell’indagine svolta da Altroconsumo.
Per la prima visita: il 61,4% non la fa pagare, tra coloro che la fanno pagare il prezzo medio è 71€.
Sulla pulizia dei denti: in media costa 86€, il prezzo va da 50€ a 150€. In quasi tutte le città c’è almeno uno studio che offre la prestazione a 50€: Bologna più cara con 70€.
Otturazione molare: i prezzi variano in modo ampio – in media si pagano 124€; si va dai 70€ di Milano fino ai 270€ della città più cara, ancora Bologna.
Devitalizzazione molare: i prezzi variano da 150€ fino a 650€, più del quadruplo a Bologna e a Torino. Buone notizie: in quasi tutte le città c’è almeno un dentista che eroga la prestazione a 150€.
Il prezzo di una corona in lega nobile e ceramica varia da 400€ a 1200€ con un prezzo medio pari a 708€. A Bologna in media si spendono 200€ in più che a Napoli.
Le catene in franchising non fanno mai pagare la prima visita e sono molto competitive per le prestazioni di base: come pulizia dei denti o otturazione. Per le prestazioni più complesse tendono a riallinearsi sui livelli di prezzo degli studi tradizionali.
Le cliniche universitarie sono in media molto più care.
Il servizio pubblico a macchia di leopardo: i servizi odontoiatrici nel pubblico sono a macchia di leopardo e non sempre accessibili a tutti i cittadini. Dal 2001 lo Stato ha limitato l’assistenza odontoiatrica alle fasce più deboli della popolazione lasciando alle regioni la realizzazione dei livelli minimi d’assistenza (Lea). Dopo 12 anni il nostro Paese vede Regioni che impegnano proprie risorse per garantire prestazioni più ampie – in Friuli Venezia Giulia gli ospedali Riuniti di Trieste garantiscono a tutti i cittadini diverse cure dentali in regime di Ssn – altre dove si fa fatica a garantire il minimo.
Altroconsumo consiglia di contattare la Asl di riferimento per capire come funzioni per ciascuno nella propria regione, a quali prestazioni poter accedere e a quali costi. Infine, secondo l’Associazione, la quota detraibile delle spese odontoiatriche andrebbe aumentata almeno del doppio di quanto previsto oggi (il 19%).
Sanita’. Ticket + 40%. 55% si paga cure. Rapporto Bocconi
I frutti dell’austerity sanitaria si fanno sentire: ticket sui farmaci aumentati del 40% lo scorso anno; il 55% degli assistiti paga oramai da se le visite specialistiche e accertamenti diagnostici; il welfare “fai da te” sempre piu’ esteso con le badanti (774mila) che superano oramai i dipendenti di Asl e ospedali (646mila). E come se non bastasse per non tingere di rosso i propri bilanci o per evitare disavanzi peggiori le Regioni ripianano i bilanci a suon di tasse: in due anni 5 miliardi in piu’ di tributi locali. Sono i dati contenuti nel “Rapporto Oasi 2012″ della Bocconi. Un allarme che il Rapporto -presentato oggi dalla Federazione di Asl e Ospedali (FIASO)- conferma con fatti e cifre.
Bilanci sanitari risanati a suon di tasse: maggiorazioni delle addizionali Irpef, aumento delle aliquote Irpef, rincari del bollo auto e cartolarizzazione dei debiti sono gli strumenti, singoli o associati, ai quali hanno fatto ricorso quasi tutte le Regioni, ad eccezione di Valle d’Aosta, Friuli, Trento e Bolzano, Basilicata e Sardegna, mentre Marche, Abruzzo, Molise e Campania hanno messo mano a tutte le leve fiscali consentite dalla legge. Senza aumenti di tasse locali -dicono i dati del Ministero della salute- gia’ nel 2011 ben 16 regioni avrebbero tinto di rosso i propri bilanci sanitari. I dati del quarto trimestre, ultimi disponibili, evidenziano che prima di chiedere nuovi sacrifici fiscali ai contribuenti hanno chiuso il bilancio con leggeri attivi solo Lombardia, Veneto, Umbria, Marche e Abruzzo. Tutte le altre sarebbero andate in rosso. Il disavanzo maggiore lo avrebbe toccato il Lazio con 815 milioni, seguito dalla Sardegna con 283 milioni e il Piemonte con 260. Insomma, la politica di “razionalizzazione della spesa” piu’ che ridurre gli sprechi avrebbe finito per tartassare ancor piu’ i contribuenti. Che indossati i panni di assistiti hanno scoperto di dover pagare anche sempre piu’ servizi sanitari, tant’e’ che la spesa privata ha oramai superato il tetto dei 30 miliardi, anche se con la crisi e’ calata di un modesto 1%.
Non a caso, i dati elaborati dal Rapporto Oasi rivelano che nel Centro-Sud oramai la maggioranza dei cittadini giudica inadeguati i servizi offerti dal nostro Ssn (53,5% al Centro e 62,2% al Sud contro una media Italia del 43,9%). E il trend e’ del tutto negativo, come mostra quel 31,7% di assistiti che giudica peggiorati i servizi sanitari della propria regione. Un’altra discriminante nel livello di qualita’ percepito dagli assistiti e’ poi la piu’ massiccia politica di tagli che giocoforza hanno dovuto mettere in atto le 8 Regioni in piano di rientro dai deficit: il 57,8% di chi vive in Campania, Lazio, Abruzzo, Molise, Piemonte, Calabria, Puglia e Sicilia si e’ dichiarato insoddisfatto contro un piu’ modesto 23,3% di “scontenti” delle altre Regioni. Una riprova dell’impatto tutt’altro che indolore delle politiche di austerity in sanita’. “Una instabilita’ che certamente non favorisce quel da piu’ parte auspicato passo indietro della politica dalla gestione sanitaria”, commenta il Presidente della FIASO, Valerio Fabio Alberti, per il quale “solo un management qualificato e nominato con criteri selettivi e trasparenti puo’ garantire una maggiore autonomia delle aziende e il loro migliore funzionamento. Anche attraverso la capacita’ di mettere in rete le esperienze gestionali piu’ innovative e positive”. ” Le esperienze maturate sul campo – prosegue Alberti- insegnano che puntare sulla maggiore qualificazione del management fa risparmiare piu’ di quanto non facciano tagli lineari e ticket”.
Ringraziamenti all’Ospedale “Nuovo Regina Margherita” in Roma
Sin dalla prima pubblicazione de “ilconsumatore.com”, i nostri lettori hanno conosciuto l’alacre interesse della nostra redazione all’informazione d’impronta sociale, finalizzata a raccontare i fatti sul territorio nazionale ed a diffonderne la notizia; nonché a segnalare le eccellenze ovvero a denunciare i disservizi del sistema pubblico e privato a carico del cittadino, perseguendo il progetto di tutela civile, cuore della Ns. testata. Con grande orgoglio, pertanto, nella mie veste formale di Direttore Responsabile, segnalo, nell’ambito delle sedi nosocomiali della Capitale, l’assoluta e meritoria efficienza del reparto di Radiologia del “Nuovo Regina Margherita” – Azienda USL Roma A, nella persona del Primario dott.ssa Paola Cerro e del Direttore Sanitario dott. Pasquale Marini. Presso l’Ospedale di via Emilio Morosini in Roma, nell’antico quartiere Trastevere, ho potuto infatti testare l’attenzione comunemente riservata ai pazienti, espressa tanto nell’offerta di elevata professionalità medica quanto nella straordinaria disponibilità umana, estese, nella fattispecie, ad una mia giovane congiunta, ricorsa alle indagini diagnostiche dell’unità radiologica per una risonanza magnetica provvidenziale e tempestiva, al fine di dissolvere temibili ombre sulla salute della ragazza e di rasserenare le ansie della famiglia. Rinnovo, dunque, i miei ringraziamenti alla dott.ssa Cerro e ad alla equipe dei colleghi e dei collaboratori, per l’assistenza clinica svolta e per l’impegno già sotteso all’operato futuro.
Dir. Umberto Buzzoni
foto da mtmweb.it
Ministero Salute: al via rete per attività intramuraria
Il Ministro della salute Renato Balduzzi ha firmato oggi il decreto con il quale vengono definite le modalità tecniche per la realizzazione della infrastruttura di rete per il supporto all’organizzazione delle attività libero professionale intramuraria. Il decreto attua una delle norme del Decreto Balduzzi e prevede che Regioni o aziende del servizio sanitario nazionale attivino infrastrutture di rete per il collegamento fra l’azienda e le strutture nelle quali vengono svolte le attività in intramoenia.
Come informa una nota del Ministero, il decreto “prevede la predisposizione e l’attivazione, entro il 31 marzo 2013, da parte delle regioni e delle province autonome o, su disposizione regionale, del competente ente o azienda del Servizio sanitario nazionale, di una infrastruttura di rete per il collegamento in voce o in dati, in condizioni di sicurezza, tra l’ente o l’azienda e le singole strutture nelle quali vengono erogate le prestazioni di attività libero professionale intramuraria. La disposizione regionale deve precisare le funzioni e le competenze dell’azienda sanitaria e del professionista e prevedere, utilizzando esclusivamente la predetta infrastruttura, l’espletamento del servizio di prenotazione, l’inserimento obbligatorio e la comunicazione, in tempo reale, all’azienda sanitaria competente dei dati relativi all’impegno orario del sanitario, ai pazienti visitati, alle prescrizioni ed agli estremi dei pagamenti, anche in raccordo con le modalità di realizzazione del fascicolo sanitario elettronico. L’infrastruttura di rete per il collegamento in voce è realizzata fornendo al professionista accesso telefonico al sistema CUP (Centro Unico di Prenotazione) ove esistente o ad altro sistema dell’azienda sanitaria per le prenotazioni”.
Censis: sanità negata per 9 milioni di cittadini
Sanità negata per 9 milioni di italiani, che rinunciano alle prestazioni sanitarie di cui hanno bisogno per ragioni economiche. Sono cittadini che fuoriescono dal sistema sanitario: chi non riesce a pagarsi la spesa per la sanità privata finisce per rinunciarci. Oppure va a caccia di offerte low cost sul web. Lo evidenzia una ricerca Rbm Salute-Censis sul ruolo della sanità integrativa.
Tutto questo, in un contesto in cui frena la spesa pubblica, esplode quella privata – che segnala un aumento del 25,5% in dieci anni – e un terzo dei cittadini parla di una sanità in peggioramento nella propria regione.
Più di 9 milioni di italiani dichiarano di non aver potuto accedere ad alcune prestazioni sanitarie di cui avevano bisogno per ragioni economiche.
Come si legge nella ricerca, “mentre la spesa pubblica rallenta e quella privata continua il suo ritmo di crescita, si registra una sorta di fuoriuscita di cittadini dal sistema sanitario, con oltre 9 milioni di persone che dichiarano di non avere avuto potuto accedere a prestazioni sanitarie per “ragioni economiche”. Si tratta di 2,4 milioni di anziani, 5 milioni di persone che vivono in coppia con figli, 350 mila in famiglie monogenitoriali e 4 milioni di residenti al Sud e Isole”.
Il 77% di coloro che ricorrono al privato lo fa a causa della lunghezza delle liste d’attesa, ma chi non riesce a pagare la spesa per prestazioni private ci rinuncia. “Il massiccio razionamento nel pubblico sposta il costo delle prestazioni sanitarie per intero sui cittadini che si rivolgono alle strutture private, mentre coloro che non hanno redditi adeguati rinunciano – spiega il Censis – In tale contesto, prendono quota fenomeni nuovi, diversi, come ad esempio la tendenza ad andare a caccia delle offerte sanitarie meno costose, magari direttamente sul web (il low cost sanitario)”.
Piani di rientro e spending review hanno determinato un crollo verticale del ritmo di crescita della spesa pubblica per la sanità. Si è passati da un tasso di incremento medio annuo del 6% nel periodo 2000-2007 al +2,3% del periodo 2008-2010. La flessione si registra soprattutto nelle regioni con piano di rientro, dove si è passati dal +6,2% all’anno nel periodo 2000-2007 a meno dell’1% di crescita media annua nel periodo 2008-2010. La spesa sanitaria privata è invece aumentata del 2,2% nel periodo compreso fra il 2000 e il 2007 e del 2,3% negli anni 2008-2010, portando l’aumento complessivo nel periodo 2000-2010 al 25,5%.
I cittadini percepiscono una sanità che peggiora. Parla di una sanità in peggioramento nella propria regione il 31,7% degli italiani, con un balzo di 10 punti percentuali in più nel 2012 rispetto al 2009, quando erano il 21,7%. Le persone che avvertono invece un miglioramento sono diminuite di oltre 7 punti percentuali.
La convinzione che il servizio sanitario stia peggiorando è sempre più diffusa. Spiega il Censis: “In sostanza, stanno crescendo la percezione di un lento scivolamento verso il basso della sanità esistente e l’idea che la qualità media dei servizi sanitari stia scadendo, e nella percezione collettiva la minore qualità è legata in maniera diretta al contenimento della spesa sanitaria pubblica”. Quello che bisogna evitare è dunque che, a fronte di un gap previsto di circa 17 miliardi di euro nel 2015, la minore spesa pubblica diventi più spesa privata e soprattutto meno sanità per chi non ha i soldi per pagarla.
Per questo la ricerca, focalizzata sul ruolo della sanità integrativa nel Servizio sanitario nazionale, considera la sanità integrativa “una opportunità per una sanità equa e sostenibile”. Spiega il Censis: “La sanità complementare in Italia è un universo composto da centinaia di Fondi integrativi, a beneficio di oltre 11 milioni di assistiti, che svolgono un ruolo ampiamente sostitutivo e colmano i vuoti dell’offerta pubblica. La ricerca di Rbm Salute-Censis ha riguardato 14 Fondi sanitari per oltre 2 milioni di assistiti e importi richiesti per prestazioni pari a oltre 1,5 miliardi di euro nel triennio 2008-2010. Il 55% degli importi dei Fondi integrativi ha riguardato prestazioni sostitutive (ricovero ospedaliero, day hospital, ecc.) fornite in alternativa a quelle dei Livelli essenziali di assistenza del Servizio sanitario. Il restante 45% degli importi ha riguardato prestazioni integrative (cure dentarie, fisioterapia, ecc.). Tra le varie tipologie di Fondi integrativi esistenti, sono i Fondi aziendali, rispetto a quelli istituiti dalla contrattazione collettiva nazionale, a garantire in misura maggiore la copertura anche alle famiglie degli iscritti”.







